Tutto il mio folle amore, la storia vera dietro il film di Salvatores

Autore: Alessandro Zoppo ,
Copertina di Tutto il mio folle amore, la storia vera dietro il film di Salvatores

Andrea e Franco Antonello sono come due rockstar. È alla loro storia incredibile che è liberamente ispirato Tutto il mio folle amore, il 18esimo lungometraggio di Gabriele Salvatores. Il titolo prende in prestito un verso della canzone Cosa sono le nuvole di Domenico Modugno, eseguita nell'episodio di Pier Paolo Pasolini del film collettivo Capriccio all'italiana.

Presentato Fuori concorso a Venezia 76, #Tutto il mio folle amore è l'adattamento di Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas, lo scrittore veneziano nato a Musile di Piave nel 1955 e autore (insieme alla sorella Luisa Carnielli) della serie dell'ispettore Stucky. 

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Pubblicato nel 2012 dalla casa editrice milanese Marcos y Marcos, il romanzo ha vinto numerosi premi ed è stato tradotto in nove lingue. Il film di Salvatores rielabora il libro riprendendo la forma prediletta del road movie e affrontando il tema dell'autismo con delicatezza, umorismo e profondità, fino a un finale aperto su cui riflettere.

Il romanzo rimane, appunto, soltanto uno spunto: ecco, invece, la storia vera che c'è dietro.

Tutto il mio folle amore Tutto il mio folle amore La straordinaria avventura on the road, dall’Italia dell’est fino alle strade deserte dei Balcani, di un padre e un figlio e il loro rapporto tenero, divertente, problematico e fuori dagli ... Apri scheda

La storia vera

Willi e Vincent nella realtà sono Franco e Andrea Antonello, padre e figlio andati per tre mesi alla scoperta delle Americhe, e dei loro sentimenti, con un viaggio avventuroso in moto. La malattia di Andrea è l'autismo: gli è stata diagnosticata quando aveva appena tre anni. Andrea può vedere tutto ma non può comunicare o interagire.

Il padre Franco e la madre Bianca sono disperati: è dura affrontare la vita con un figlio "diverso". "Sarei l'uomo più felice del mondo se potessi entrare nella sua testa per 15 minuti", ammette spesso Franco. Nel 2010, quando Andrea compie 18 anni, al papà scatta una molla: viaggiare insieme in motocicletta e guardare all'autismo per quello che di buono ha da offrire.

Da quell'esperienza Fulvio Ervas ha tratto il romanzo Se ti abbraccio non aver paura.

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Il libro di Fulvio Ervas

Ervas ha l'idea del libro quando un amico comune lo mette in contatto con Franco. "C'è un signore che vuole rivelare la sua esperienza", gli dice. Il primo incontro con padre e figlio avviene al tavolino di un bar. "Ho una storia per te. Ascoltami: ha la forza della vita vera e la bellezza di un sogno", è la promessa di Franco.

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Lo scrittore è "travolto" da quella storia vera "come un tir mentre cammini per strada". Franco e Andrea, in fondo, sono un papà e un ragazzo come tanti, quest'ultimo con una "specialità" che deve gestire "tra il complicato e il molto complicato".

Il dialogo tra Ervas e gli Antonelli è ininterrotto e dura un anno intero. Franco racconta di lui e Andrea, del loro "road trip" simbolico coast to coast a bordo di una Harley Davidson attraverso le Americhe. Lui è un imprenditore di successo che ha lasciato il lavoro (un'agenzia di comunicazione che realizza riviste pubblicitarie e vende spazi alle aziende) dopo che al figlio è stato diagnosticato l'autismo.

Stanco di terapie tradizionali e sperimentali, ha preso e da Castelfranco, in provincia di Treviso, si è imbarcato col suo ragazzo su un aereo. Arrivati negli Stati Uniti, i due affittano una moto e passano in Messico, Guatemala, Nicaragua, Costa Rica, Panama, Colombia e Brasile, battendo strade polverose, deserti, foreste e città.

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Giulio Pranno in una scena del film Tutto il mio folle amore
Giulio Pranno è Vincent, ispirato ad Andrea Antonello

Oltre a scrivere, Ervas insegna a scuola: è il professore di Scienze naturali in un istituto superiore in provincia di Treviso. Il venerdì è il suo giorno libero: ogni settimana Franco va a casa sua, ripercorre il viaggio con Andrea e Fulvio lo trasforma in un romanzo "con una quota di invenzione" perché "ogni storia vera si esaurisce nel momento in cui accade".

Nasce così Se ti abbraccio non aver paura, con "il mio modo e la mia sensibilità, con la mia esperienza di essere padre e insegnante con alcuni studenti autistici, di raccontare quella storia".

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I viaggi di Franco e Andrea Antonello

La storia di Franco e Andrea è continuata in parallelo a Tutto il mio folle amore con un altro viaggio al limite. Nel 2018, durante le riprese del film di Salvatores, padre e figlio si rimettono in moto, stavolta in sella a una BMW, e attraversano l'Europa fino in Marocco per arrivare ai piedi del Sahara.

Il loro secondo viaggio è un omaggio a Salvatores: quel percorso è la rotta di Marrakech Express, il cult movie del regista con Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio, Giuseppe Cederna e Gigio Alberti uscito nelle sale nel 1989, trent'anni esatti prima.

Da Castelfranco e Cesana Torinese fino al deserto, passando per la Francia, Barcellona, il Delta dell'Ebro, Tabernas, Ifrane e i monti dell'Atlas, gli Antonello vivono un'avventura lunga novemila chilometri, fatta di "uragani, frane e mille difficoltà". Quel viaggio è stato documentato dal regista Niccolò Maria Pagani nel film Se ti abbraccio non aver paura.

Franco ha vissuto un profondo dolore nel novembre del 2019. Alberto Antonello, il figlio minore e fratello di Andrea, è finito in coma dopo un incidente avvenuto a Musile di Piave, in provincia di Venezia, mentre rientrava da una festa di Halloween. La fidanzata 18enne, Giulia Zandarin, è morta sul colpo. Ad Alberto era stata tolta la patente perché trovato in possesso di un po' di hashish.

In un'intervista concessa al Mattino di Padova, Franco ha raccontato che "Alberto ha sempre sofferto la diversità di suo fratello. Si vergognava. Ora però è cambiato tutto".

Vanno via insieme, certe notti dormono insieme. Il mio cuore si riempie di soddisfazione e amore, nel vederli finalmente uniti come due fratelli dovrebbero essere. Per mezzo grammo di erba si butta dal precipizio un ragazzo che ha commesso un errore. Fatale, certo, e il tempo non potrà mai cancellare questo dolore. Ma è pur sempre un errore. Spero che un giorno si sappia la verità, che quel maledetto incidente è successo per via di un colpo di sonno e non a causa della droga.

Oggi Alberto ha 21 anni, è stato dimesso dall'ospedale All'Angelo di Mestre e sta bene, ma è stato condannato dal Tribunale di Venezia a otto mesi con rito abbreviato per l'incidente e la morte della fidanzata Giulia.

Andrea, invece, ha 27 anni, vive da solo in autonomia (con delle telecamere in casa) e ha un lavoro: lui e Franco hanno lanciato l'impresa sociale I Bambini delle Fate.

Dal 2005 I Bambini delle Fate si occupa di "assicurare sostegno economico a progetti e percorsi di inclusione sociale gestiti da partner locali a beneficio di famiglie con autismo e altre disabilità".

Franco e Andrea Antonello sono attivissimi sui social e Andrea ha scritto quattro libri: Baci a tutti, Sono graditi visi sorridenti (in collaborazione con il padre), Le parole che non riesco a dire e La valigia Aran, quest'ultimo curato da Fulvio Ervas e pubblicato da Marcos y Marcos.

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I Bambini delle Fate raccoglie fondi in tutta Italia con associazioni, fondazioni, cooperative e organizzazioni no profit, curando le campagne "Fare impresa nel sociale" per le aziende e "Sporcatevi le mani" per i privati cittadini.  Nel corso del 2021, l'impresa ha distribuito più di tre milioni di euro a sostegno di 81 associazioni in tutta Italia, grazie a 800 imprenditori, mille attività commerciali e tremila privati. Tutto senza donazioni, 5 per mille e fondi pubblici.

L'obiettivo degli Antonello è chiaro: eliminare la narrazione negativa dell'autismo. "Non voglio far vedere l'autistico in tuta da ginnastica, che mangia la minestrina e alle nove di sera è a letto – racconta Franco a La Nazione –. Che poi è la realtà. Ma per farlo diventare protagonista c'è bisogno di mostrare due capelloni in Harley Davidson che attraversano l'America e conoscono un sacco di donne. Io questi ragazzi non li voglio più chiusi nei centri, non li voglio più da soli. Li voglio in mezzo alla gente, voglio vedere che ridiamo assieme. Quindi proviamo a dare quell'immagine. Cominciamo da lì e poi vediamo il resto".

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